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ra le mille contraddizioni del Web, ce n’è una che ha la forma del corpo umano. Un corpo a cui – quando si presenta nella sua integralità – può capitare di essere sballottato tra censure, divieti, invitanti scorciatoie e severe reprimende. Non solo nelle chiese digitali, ma anche nei chiassosi bazaar gestiti dai paladini della libertà, della rivoluzione e dell’innovazione. Il primo esempio recente coinvolge Apple, al centro di una polemica per la censura nei confronti delle applicazioni sexy per iPhone. Il secondo riguarda invece YouTube, che ha avvertito l’artista Amy Greenfield che alcuni suoi filmati presentavano troppe nudità per poter essere accettati in mezzo agli altri miliardi di video sul sito.

Uno di questi filmati si chiama Tides, è disponibile su Vimeo, e mostra una ragazza che si lascia cullare e avvolgere dalle onde del mare. Roba che Colpo grosso, venti anni fa, avrebbe scartato per eccesso di castità. Come si legge nelle informazioni, il video è stato proiettato alla National Gallery di Washington, al MOMA di New York, ai festival di Londra ed Edinburgo e ripropone l’annosa questione sui confini che separano (e intrecciano) arte ed erotismo. Nei secoli dei secoli dei secoli, pittori, scultori e artisti vari non hanno mai nascosto la loro sperticata e integrale adorazione per il corpo umano. Il David di Michelangelo non porta certo le mutande, alla Venere di Milo oltre alla braccia manca anche il reggiseno e in quanto alla La maya desnuda di Goya, beh, basta il nome. Per i provider di servizi e contenuti digitali, il problema è oggettivare l’inoggettivabile: ovvero decidere quando il corpo e la sensualità sono arte e quando sconfinano nella pornografia. Nell’epoca della proliferazione inarrestabile dei contenuti, un’impresa titanica. Vista l’aria che tira, impossibile biasimarli se alla fine decidono di bloccare (quasi) tutto. Cosa accadrebbe a Google se un capezzolo galeotto apparso su YouTube finisse sul tavolo di una procura italiana? Le contraddizioni di fondo, però, non impiegano molto a emergere. Nella sua lettera a Amy Greenfield, YouTube ricorda le guidelines del sito, secondo cui “i video tratti da film e programmi tv possono contenere nudità; quelli provenienti dagli utenti, no”. Quando ottiene il lasciapassare della tv e del cinema, il capezzolo non è più galeotto: è uno di noi. Per i codici della società, non va fermato alla dogana. Un eventuale pedigree artistico non ha lo stesso potere. Al di là del dilemma tra arte e sesso, è tutto un generale lavarsi le mani, proteggersi parti innominabili del corpo e far piroette tra le regole di una morale sempre più paradossale e di una società sempre più sfilacciata e allegramente schizofrenica (quando non ipocrita). L’uomo comune si sente rassicurato, per il bene dell’umanità, se YouTube e l’iPhone nascondono curve e antri segreti del nostro corpo, mentre danno carta bianca a scoregge fiammeggianti. Così, è socialmente accettabile. Tanto l’uomo comune sa bene che per trovare un topless gli basterà spulciare i quadratini sul sito di un autorevole giornale a caso, affianco alle notizie sulla crisi economica. E per qualcosa di più, ci sarà sempre il lussurioso e accessibilissimo dirimpettaio di YouTube: YouPorn. Equilibrismi morali forse necessari, per metabolizzare le scosse telluriche delle reti digitali e della libera circolazione di contenuti, ma comunque da antologia.
