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hey Had Nothing To Do With. Some shocking news reaches us via the Google blog today apparently three Google employees have been convicted in an Italian court over a video uploaded to Google Video back in 2006. Scarily, they had nothing to do with it. Writing on the blog, Google’s VP and Deputy General Counsel Matt Sucherman described that some Italian schoolkids uploaded a video four years ago of them bullying an autistic peer. After being notified by Italian police, Google took the video down and aided them with details of the kid who uploaded it. So far, par for the course you could say Google acted quickly and responsibly in the situation. But unfortunately the story doesn’t end there, as instead of being sent a bottle of Tuscan wine, four Google employees were slapped with charges “for failure to comply with the Italian privacy code” and criminal defamation. Pretty absurd, right ? To make matters worse, three of the four employees have just been convicted in a Milan court on the first charge, despite not having anything to do with uploading or removing it. Sucherman confirms on the blog that “they did not appear in it, film it, upload it or review it. None of them know the people involved or were even aware of the video’s existence until after it was removed.” Google plans to appeal and defend the three men (one of which actually left the company in 2008), but is wary about the future of internet freedom.”It attacks the very principles of freedom on which the Internet is built. Common sense dictates that only the person who films and uploads a video to a hosting platform could take the steps necessary to protect the privacy and obtain the consent of the people they are filming. European Union law was drafted specifically to give hosting providers a safe harbour from liability so long as they remove illegal content once they are notified of its existence. The belief, rightly in our opinion, was that a notice and take down regime of this kind would help creativity flourish and support free speech while protecting personal privacy. If that principle is swept aside and sites like Blogger, YouTube and indeed every social network and any community bulletin board, are held responsible for vetting every single piece of content that is uploaded to them – every piece of text, every photo, every file, every video – then the Web as we know it will cease to exist, and many of the economic, social, political and technological benefits it brings could disappear.” I very much hope this can be sorted out, for Google and the three men’s sake, but also for the future of internet creativity and freedom.
GOOGLE CONDANNATA : “Internet è un diritto” ( italian news )
Il primo processo, anche in campo internazionale, ai responsabili di un provider di internet per la pubblicazione di contenuti sul web si è concluso oggi a Milano con la condanna di tre dirigenti del più famoso motore di ricerca al mondo, Google. Una sentenza, quella del Tribunale italiano, che ha ricevuto critiche dell’ambasciatore americano a Roma, David Thorne, il quale ha spiegato che gli Usa sono rimasti «negativamente colpiti dalla odierna decisione», perchè «il principio fondamentale della libertà di Internet è vitale per le democrazie». La condanna Il giudice monocratico della quarta sezione penale, Oscar Magi, ha condannato i tre dirigenti di Google a 6 mesi, con la sospensione condizionale della pena, per violazione delle privacy, assolvendoli invece dal reato di diffamazione. Assolto un quarto dirigente che era accusato solo di diffamazione. Il no dei blogger Per il colosso americano del web, finito oggi nel mirino anche dell’antitrust europeo che ha aperto un’indagine per capire se utilizzi pratiche anticoncorrenziali, la decisione del Tribunale di Milano, che ha già diviso gli esperti tra pro e contro e scatenato la reazione di alcuni blogger, è «un attacco alla libertà della rete e noi faremo appello». Per i pm, invece, è una sentenza che «tutela la dignità delle persone». Il video sotto accusa Al centro del processo, c’era un video che mostrava un ragazzino disabile insultato e picchiato da alcuni compagni di scuola di un istituto tecnico di Torino. Il filmato venne realizzato dagli studenti nel maggio 2006 e da loro caricato su Google Video l’8 settembre, dove rimase, cliccatissimo nella sezione “video più divertenti”, per circa due mesi, fino al 7 novembre, prima di essere rimosso dal provider statunitense. I quattro studenti sono stati condannati nel dicembre 2007 a 10 mesi di messa alla prova dal Tribunale dei minorenni di Torino. I manager puniti Parellele, intanto, correvano le indagini del procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo e del pm Francesco Cajani che hanno portato a processo David Carl Drummond, ex presidente del Cda di Google Italy e ora senior vice presidente, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italy e ora in pensione, Peter Fleischer, responsabile delle strategie per la privacy per l’Europa di Google Inc., e Arvind Desikan, responsabile del progetto Google Video per l’Europa. Il giudice Magi oggi ha fatto cadere l’accusa di diffamazione, condannando i primi tre per la sola violazione della privacy. Evitata la diffamata In ambienti giudiziari, si fa presente che il giudice nella sua sentenza (le cui motivazioni arriveranno tra 90 giorni) non ha riconosciuto un dolo da parte degli imputati che potesse configurare il reato di diffamazione. Una condanna anche per diffamazione, infatti, spiegano fonti giudiziarie, avrebbe sancito una sorta di «obbligo alla censura preventiva» da parte di Google e altri provider sui contenuti che vanno in rete, essendo la diffamazione un reato che si consuma istantaneamente. Diverso, invece, il discorso sulla violazione della privacy. Il giudice, in questo caso, potrebbe aver accertato un «dolo di profitto» da parte del motore di ricerca che, essendo un’impresa commerciale, guadagna sulla pubblicità quando i video vengono cliccati. La posizione dei pm e le reazioni dei legali «Con questo processo – hanno commentato a caldo i pm Robledo e Cajani – abbiamo posto un problema serio, ossia la tutela della persona umana che deve prevalere sulla logica di impresa». I legali degli imputati, gli avvocati Giuliano Pisapia e Giuseppe Vaciago, hanno parlato di una decisione che «desta preoccupazione riguardo al profilo della libertà della rete». Ciò non toglie, hanno aggiunto, che l’assoluzione sulla diffamazione non ha permesso che passasse «il principio dei pm sull’obbligo di una censura preventiva». La soddifsfazione di Vividown Soddisfazione invece di Guido Camera, legale dell’associazione Vividown, costituita parte civile nel processo (nel video in questione veniva derisa e insultata dagli studenti mentre vessavano il disabile). «Quello che a noi interessava – ha spiegato Camera – era l’affermazione della responsabilità penale dei dirigenti di Google, e questa è stata riconosciuta dal giudice». La finalità dell’associazione, infatti, ha aggiunto l’avvocato, «è sociale ed educativa, ed è stato importante che con questo processo si sia presa una posizione ferma a tutela della privacy delle persone, che vale per Obama come per un ragazzino disabile». La politica si divide E la politica italiana si è divisa sulla sentenza: il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, ha parlato di «sentenza esemplare», mentre Paolo Gentiloni, responsabile comunicazioni del Partito Democratico, di «un precedente unico e allarmante». La distinzione tra provider e social network «È del tutto comprensibile lo sconcerto generato dalla sentenza del Tribunale di Milano contro i tre dirigenti Google, nel caso della ignobile diffusione su Internet delle immagini di una giovane vittima di atti di bullismo, ma al tempo stesso non bisogna indulgere in facili giudizi» spiega Luca Bolognini, presidente dell’Istituto Italiano per la Privacy. «In attesa di leggere le motivazioni della sentenza, infatti, sembra comunque essere stata introdotta dal giudice monocratico una distinzione sostanziale tra i gestori di contenuti on line, come i motori di ricerca o i social networks anche stranieri, e gli altri provider di comunicazione o di hosting, ravvisando in capo ai primi la titolarità del trattamento di dati e quindi responsabilità penali per omissione di cautele previste nel codice privacy. È una decisione interessante, da studiare».
