FASHIONSTAKE.COM: how to democratize fashion


short entry about what we’re doing with FashionStake, why we’re doing it and how you can be a part of a new movement in fashion. The ‘what we’re doing’ part is pretty simple. We’re launching a crowd funding platform for fashion designers. You log in, buy a ‘FashionStake’ for $50 and get free clothes and cash when the designers sells their collections on our site. Think of us as the Biracy of fashion. The ‘why we’re doing it’ is pretty powerful. Firstly, we think big banks and large, greedy retailers are robbing the fashion community blind! So many talented designers lack access to proper funding. If they somehow manage to scrape up enough cash to produce a collection and sell at wholesale, it’s the retailers that capture most of the value. FashionStake’s ‘fan-funded’ approach cuts out the retailer and turns customers into supporters. When a collection sells on FashionStake.com, we return the revenues to those who deserve it: our designers and people who support those designers (minus a small percentage to FashionStake). Secondly, we’re democratizing creativity. You may or may not know this, but much of your wardrobe was chosen for you by a handful of Bloomingdales/Nordstrum/Macys/Neiman Marcus (etc) buyers. Along with the traditional fashion press, they have dictated what designers produce for decades. Fortunately, the world is moving beyond the closed ‘publisher-as-gatekeeper’ models (or in this case, ‘retailer-as-gatekeeper’) and fashion is no exception. More choice for all! Finally, FashionStaking is fun! We think FashionStake is an uber-cool way for fans to engage with their fave designers and participate in the oft-secretive creative process- AND get rewarded for it…. the internet is making this happen!

IL CROWDSOURCING DELLA MODA

arà lanciato nelle prossime settimane il sito della start up americana Fashion Stake, che punta a sconvolgere il mondo della moda, così come il peer-to-peer ha sconvolto quello della musica. Fashion Stake permetterà ai suoi utenti di incontrare direttamente gli stilisti di moda navigando tra le collezioni on line, comprandone delle quote in cambio di crediti per acquistare vestiti. I visitatori potranno anche condividere le loro idee con gli stessi designer, e votare le collezioni. Il modello, ispirato alle strutture dei social network come Facebook o Twitter, attinge ad un modello di business che prende sempre più piede che è quello del crowd sourcing, dove le imprese si rivolgono direttamente ai clienti per i contenuti, i finanziamenti e la distribuzione. Secondo Daniel Gulati, amministratore delegato della società e studente alla Business School di Harvard quando il progetto è nato, i redditizi mercati della creatività si stanno allontanando da un modello verticale, dove i dirigenti decidono cosa il pubblico debba consumare. “Crediamo che questo possa essere un vero ribaltamento”, ha dichiarato. “Quello che facciamo di fondo è reindirizzare il profitto agli appassionati, tagliando completamente fuori la vendita al detttaglio”. I sostenitori del crowd sourcing sostengono che il modello offra un’alternativa più economica e flessibile, evitando agli artisti di dover passare dalle grandi società. Althea Harper, stilista di New York, sostiene che questo nuovo modello potrebbe aiutarla a trovare finanziamenti, ultimamente ridotti dalla crisi, e a raggiungere gli acquirenti senza passare per la distribuzione. “Non é facile convincere i venditori a fidarsi di te come nuovo designer”, ha detto. “Li ho visti accettare linee orribili dalla case più note solo per la loro reputazione”. Olga Vidisheva, ex modella e analista per la Goldman Sachs, nonché ex compagna di classe di Gulati a Harvard, prevede di usare Fashion Stake per i suoi acquisti di “svariate migliaia” di dollari annuali in vestiti: “In genere non hai accesso ai designer emergenti. Devono soffrire a lungo prima di poter arrivare a firmare per Saks o Bloomingdales”. Negli ultimi anni si è assistito ad una crescita fortissima del Web 2.0 e dei modelli di business basati sui social media, dal credito peer-to- peer, ovvero un sistema di microprestiti tra utenti, di siti come “Prosper”, all’esternalizzazione dei problemi tecnici di “Nine Sigma”. “Puoi esternalizzare alla gente, puoi ricavarne fondi, approfittare di economie di scala, e personalizzare il prodotto per mercati locali”; ha dichiarato Alec Karys, consulente di Fashion Stake. Secondo Gulati, ex analista per la banca di investimenti Macquaire, la prossima frontiera del crowdsourcing potrebbe essere l’editoria e il giornalismo, con una scelta paritaria dei contenuti: “Perché dovremmo lasciare decidere solo ad un paio di persone quello che la gente vuole?”. Thomas Eisenmann, professore di Harvard che si occupa dei mercati in rete, sostiene che il trrend verso i modelli di business interattivi stia accelerando, soppiantando rapidamente i siti basati sul Web 1.0 non interattivo. Secondo lo studioso, comunque, questa logica si ferma laddove la scelta di un curatore è ancora appetibile, per esempio per quanto riguarda la linea editoriale di alcuni giornali: “non credo che i vecchi modelli stiano sparendo”, ha spiegato, “credo che vedremo molti nuovi operatori che aggiungeranno funzioni opzionali”.