ntonio Pascale è uno dei miei scrittori preferiti. Mi piacciono i suoi racconti e romanzi. Mi ritrovo nelle sue riflessioni, che espone in saggi e articoli. Mi piace il fatto che, spesso, non sapresti dire se stia pensando o raccontando: le sue storie contengono delle argomentazioni critiche, e i suoi interventi su giornali e riviste hanno il pregio di intrattenere. Forse il modo migliore per descrivere la sua scrittura è dire che pensa e racconta allo stesso tempo. I motivi per cui apprezzo Pascale sono vari e tutti di natura personale. Il primo è che anche lui viene dal sud, e questo emerge chiaramente nelle cose di cui parla e nel modo in cui ne parla. Credo sia uno dei pochi, in Italia, che riesca a usare il dialetto senza cadere nello stereotipo o nella macchietta. I suoi personaggi si bevono anche tre o quattro caffè al giorno, ma nessuno suona il mandolino. Per capirci: niente Commissari Montalbano. E non sto mica dicendo che non ti diverti leggendo le sue storie: ridi, e spesso anche, ma ridi con i personaggi, e non dei personaggi. È un’altra cosa. Il secondo motivo è che è di sinistra ma non gli piace l’attuale classe dirigente, e non ha pudore di dirlo in pubblico. Fin qui, direte voi, facile essere d’accordo. Ma quello che davvero mi fa sentire a mio agio nei suoi discorsi è che ce l’ha anche con un certo movimentismo – tipicamente di sinistra – che ama riempire le piazze per i motivi più disparati, con una radicalità di atteggiamenti che spesso è pari solo all’ignoranza della causa da sostenere. Pascale è agronomo, e quando sente di una manifestazione contro gli OGM gli viene letteralmente l’orticaria. A me, anche se non sono agronomo, mi viene lo stesso l’orticaria a vedere quelle piazze, soprattutto se c’è Giovanna Marini. Il terzo motivo è che Pascale, pur parlando di sé, riesce a dare voce a molti. Anzi, per usare una formula ampiamente abusata, trasforma il particolare in universale. E il particolare, nelle sue narrazioni, è spesso Caserta, la città in cui è cresciuto. Le sue esperienze personali – la nascita di un centro sociale come l’acquisto di un’antenna per vedere i soft-porno di Tele Capodistria – non sono mai semplici memorie, ma punti di partenza per ragionamenti più ampi: è una politica degna di considerazione quella delle “anime belle” che guardano il Live Aid in tv e il giorno dopo pretendono di parlare in nome degli immigrati di Villa Literno? C’è davvero una relazione fra l’avvento delle tv private e il cambiamento dei costumi nella nostra società? Ora, senza farla tanto lunga. Vivo negli Stati Uniti, a New York, da ormai due anni, e i miei genitori sono venuti a trovarmi per la prima volta questa primavera. Mi hanno chiesto: Cosa ti portiamo? E io: L’ultimo libro di Pascale. A dire il vero, non volevo leggere un suo libro e basta; volevo leggere proprio l’ultimo che ha scritto, un saggio pubblicato da minimum fax: Questo è il paese che non amo (Trent’anni nell’Italia senza stile). Io di anni ne ho 32: l’Italia di cui parla Pascale è la mia. Sono io, mi sono detto. Anch’io ho partecipato alla nascita di un centro sociale, e in un posto ancora più a sud e molto più piccolo di Caserta: Vibo Valentia. Anch’io mi ricordo i primi pruriti guardando Tele Capodistria. Anch’io ho un rapporto conflittuale con l’Italia, mi sono detto leggendo il titolo, e senza dubbio anch’io penso che il mio paese manchi di stile. Quattro volte “anch’io”: un invito a nozze, penserete voi. E invece le cose sono andate diversamente. Il saggio di Pascale l’ho letto, con avidità ma anche con attenzione. Me lo sono digerito lentamente, e infine ho accettato la cruda realtà: non sono d’accordo con lui. La sua analisi non mi convince. E per spiegarvi il mio punto di vista proverò a fare come fa lui. Attingerò alla mia esperienza personale, cercando però di rendere la mia riflessione il più universale possibile. Senza ipocrisia, dichiarerò subito da che parte sto – a sinistra per intenderci – ma vi dirò anche perché, per una volta, devo mettere Pascale nella schiera degli intellettuali in cui non mi ritrovo. Da ultimo, sperando di non cadere nella macchietta, farò riferimento al mio dialetto di origine per spiegarvi l’idea che mi sono fatto io di tutta la questione. Il cuore del saggio di Pascale è una riflessione sullo sguardo: il modo in cui guardiamo le cose del mondo determina anche il nostro comportamento e le scelte che compiamo. Quando ci troviamo davanti a un problema innanzitutto lo descriviamo, a noi stessi o agli altri. In entrambi i casi, ne facciamo un racconto. E il modo in cui parliamo di qualcosa, la nostra narrazione – sia essa un romanzo, una chiacchierata fra amici o un servizio del TG1 – rappresenta il nostro stile. Quando Pascale scrive che l’Italia è un paese senza stile, intende dire che non siamo in grado di affrontare in maniera adeguata alcune questioni perché non le sappiamo neanche descrivere in modo pertinente, e per sostenere questa idea fornisce vari esempi, presi dalla nostra storia recente. In un capitolo letteralmente da applauso lo scrittore commenta una lettera di Celentano sul caso Englaro, inviata al Corriere della Sera: l’analizza per dimostrare l’incapacità di Celentano (e in qualche modo anche la nostra) di dibattere sull’eutanasia già a livello del linguaggio, prima che nelle argomentazioni. L’intuizione di Pascale è intrigante e raffinata. Di fatto, utilizza le categorie che sono proprie dell’estetica, e dunque dell’analisi delle opere d’arte, per spiegarci come mai non sappiamo più muoverci in questo mondo. In un romanzo ben scritto, una delle sfide più grandi per uno scrittore è proprio adeguare la forma al contenuto narrato: se non ci riesce, la nostra possibilità di comprendere la storia è limitata. E dunque il romanzo fallisce. Io questa faccenda l’ho compresa studiando James Joyce, che ha portato il processo ai suoi estremi. Nell’Ulisse c’è un capitolo in cui una donna partorisce, e per far vivere al lettore l’esperienza della nascita anche tramite le parole, Joyce inizia il capitolo in un forbito inglese del ’300, e lo termina nello slang irlandese a lui contemporaneo. In un altro passaggio del romanzo, un personaggio entra nella redazione di un giornale, e da quel momento in poi i suoi pensieri vengono esposti con il format tipico degli articoli pubblicati sul quotidiano: titolo, sottotitolo ed esposizione. Senza citare il famoso monologo interiore di Molly Bloom: i pensieri di una donna in dormiveglia sono continui e confusi, una corrente ininterrotta che non procede per passaggi logici ma per associazioni d’idee. Da qui, e non per un vezzo, la scelta di abolire la punteggiatura. Ora, Joyce è un caso limite, ma ogni scrittore, ogni giorno, affronta il suo stesso problema: adattare la forma al contenuto. Gabriel García Márquez, in Cent’anni di solitudine, usa lunghi periodi, che iniziano in una pagina e finiscono in quella dopo, e neanche questo è un vezzo, ma una scelta legata alla storia che racconta: la saga decennale di una famiglia in cui fortune, maledizioni e talenti si tramandano di generazione in generazione. Nel mondo creato dallo scrittore colombiano, il destino della famiglia Buendía viene da lontano, è figlio di un passato remoto ma che ancora influenza il presente, e allora è necessario avere frasi lunghe, che diano l’idea – anche solo con il loro ritmo – della concatenazione causale degli eventi. Il romanzo Il soccombente, di Thomas Bernhard, non ha mai un punto e a capo. Perché? Perché è uno sfogo, e quando vomiti la tua rabbia non perdi tempo a prendere fiato. Pascale, sia che scriva un romanzo che un saggio, non corre mai per davvero. Ha una sorta di flemma tutta meridionale: pensa e racconta nella stessa frase. Nella mia testa, è come Cassano: anche quando corre, corre svogliatamente. Ed è un complimento. Il problema più grande, per uno scrittore, è trovare davvero la sua voce, elaborare una propria estetica. Senza dubbio Pascale ha trovato la sua, come artista, e adesso ci suggerisce di fare la stessa cosa noi, come italiani. Quello che ci sta dicendo, in qualche modo, è che l’Italia va a rotoli perché ci mancano le parole. Dobbiamo trovare la nostra voce; dotarci di una nostra estetica. Dobbiamo imparare di nuovo a raccontare, e a farlo con stile, come fossimo tutti degli scrittori. E se vogliamo modificare e arricchire il nostro vocabolario, innanzitutto dobbiamo modificare proprio il nostro sguardo. Dobbiamo avere uno sguardo ostinato, dice lui, rifacendosi al titolo di un saggio di Serge Daney, critico dei Cahiers du cinéma. Daney ne faceva quasi un punto d’onore dell’affermazione di una stretto rapporto fra la forma e il contenuto di una narrazione, ovvero fra il come e il cosa si racconta. Negli ultimi anni della sua vita, andava distribuendo ai suoi studenti fotocopie di un altro saggio pubblicato dalla rivista francese, quello di Jaques Rivette contro Gillo Pontecorvo. Anzi, contro un’inquadratura di Kapò. Per essere più specifici: contro una carrellata di quel film. La scena è questa: una donna è prigioniera in un campo di concentramento nazista; un giorno non ce la fa più e si suicida, buttandosi contro il filo spinato e ricevendo una scarica elettrica. Pontecorvo si sofferma sul corpo morto: fa una carrellata, e poi uno zoom che inquadra il volto della donna morente, e infine la sua mano penzolante. Secondo Daney, non si fa. La morte è un territorio limite: noi uomini non ne abbiamo esperienza, possiamo solo immaginare. Pretendere di raccontarla, e con tale crudezza, è come torturare quel corpo un’altra volta ancora. Pontecorvo aguzzino, praticamente al pari dei nazisti. Pascale scrive che, all’inizio, aveva sorriso del furore ideologico di Daney: i film di oggi sono pieni di scene di morte, di tutti i tipi. Ma poi, nel corso del saggio, di fatto rivaluta questa nozione di “sguardo ostinato” e dichiara lui stesso di volerne essere promotore. Scrive che è una nuova forma di resistenza civile. E, come Daney, anche lui ha delle pagine da fotocopiare per poi darle ai suoi studenti: un capitolo di un romanzo di Coetzee, Elisabeth Costello. In quelle pagine la Costello, una scrittrice invitata a un convegno, accusa un suo collega (uno storico, per la precisione) della stessa colpa di cui Rivette accusava Pontecorvo: la presunzione di aver immaginato la morte. Il collega della Costello descrive minuziosamente l’assassinio degli undici congiurati che tentarono di uccidere Hitler. Chiaramente lui non poteva essere lì: nessuno poteva. Per cui, come arrogarsi il diritto di descrivere quei momenti? Racconta Pascale che durante un corso di scrittura, prima lezione, ha fatto leggere le pagine di Coetzee e la risposta è stata molto negativa. Metà classe si è ritirata dal workshop. Una simpatizzante di Rifondazione Comunista lo ha apertamente accusato di censura. Ora, non so cosa mi dispiaccia di più: essere in disaccordo con Pascale, o in accordo con una fan di Bertinotti. Comunque la si metta, è dura. Ma il punto è: la rifondarola ha ragione. E il motivo è il seguente: lo sguardo ostinato che Pascale propone è esattamente il contrario di quello che servirebbe per attuare il suo proposito di dare un’estetica ai giovani scrittori italiani. E, di conseguenza, è anche inadatto a renderci degli italiani dotati di stile. Da qualche anno mi occupo di cinema, passo le mie giornate scrivendo e leggendo sceneggiature, e di scene di morte me ne sono passate parecchie fra le mani. Ora, la domanda che mi pongo è sempre la stessa: questa sequenza funziona o no? È parte della narrazione o è un elemento intruso? Quello zoom spezza il ritmo o rinforza la tensione? Ogni storia contiene in sé una propria estetica, e quello che va tenuto in considerazione – per il bene del progetto – è l’equilibrio interno della narrazione. Non esistono argomenti di cui non si possa parlare: piuttosto, esistono linguaggi e vocabolari inadeguati. Per dirla proprio con Pascale, è una questione di stile: bisogna trovare le parole giuste. Nessun produttore boccia una sceneggiatura perché c’è una scena a là Pontecorvo, e perché Rivette ha detto “non si fa”. Immaginate la mia sorpresa. Uno dei miei scrittori preferiti, uno degli intellettuali che più apprezzo, una mattina si è svegliato e mi ha detto: No, Leonardo, la scena con la mano penzoloni proprio no. Cambiala. Tagliala. E io ho pensato: Ma come, Pascale, ti metti a urlare contro gli OGM anche tu? Perché? In nome di cosa? Be’, io un sospetto ce l’ho. Pascale è molto lucido nell’utilizzare le categorie dell’estetica per spiegare i mali italiani. A Celentano mancano le parole per parlare dell’eutanasia. D’accordo. Se non vogliamo essere come Celentano, dobbiamo riflettere sull’argomento di cui vogliamo parlare e trovare uno stile efficace per raccontarlo, come fossimo degli scrittori o dei registi. D’accordissimo. E dunque? Arrivati a questo punto, tutto sembra andare in una direzione chiara: in base alle premesse fornite da Pascale, deduco che devo adattare la mia forma espressiva al contenuto da indagare, se davvero voglio comprendere il problema. Devo essere versatile, perché una commedia non è un dramma. Devo essere elastico, perché fra il caso Englaro e i soft-porno di Tele Capodistria c’è un abisso; eppure tutte e due le questioni attirano la mia curiosità, e allora cercherò di manovrare linguaggi differenti. O sbaglio? E cosa mi combina Pascale? Mi guarda in faccia e mi dice: Altro che elasticità! Non ti muovere! Stai fermo lì: fissa con ostinazione il problema. E non solo, dice anche qualcos’altro: Se guardi il mondo come lo guardo io, dal mio punto di osservazione, e ostinato come me, capirai presto che di certe cose non si parla. A prescindere. E perché? – chiedo io. E Pascale: Perché lo dico io. Perché lo ha detto anche Rivette. Perché è male. Ci ho messo un po’ a capirlo, ma quello che succede nel saggio è questo: Pascale tramuta il suo sguardo da estetico in etico. Mi dice: Cerca le parole adatte per capire l’eutanasia. E poi aggiunge: Ah, comunque, le parole sono queste. Usa le mie. E io: E come fai a sapere che sono le parole giuste? E lui: Io so cosa e Bene e Male. Io ho letto Rivette. E lì, a me è venuta l’orticaria. E, soprattutto, mi è venuta voglia di fare alcune domande a Pascale. Che differenza c’è fra te che mi proibisci di fare quella carrellata, e Celentano che si arroga il diritto di dire cosa è giusto per Eluana? Entrambi sembrate appellarvi a un’indefinita nozione di Bene, e mi chiedete di adeguarvi ad essa. Senza dubbio la tua prosa è infinitamente più raffinata e gradevole di quella di Celentano, ma, stringi stringi, entrambi mi dite la stessa cosa: Questo non si fa. E perché? Perché lo dico io, e io so cosa è giusto e cosa è sbagliato. Scrivi che il tuo gesto di dare le fotocopie di Coetzee ha lo scopo di aiutare la futura classe dirigente italiana ad avere uno sguardo adeguato ad analizzare la realtà, così che assumano un ruolo attivo e cosciente nella società italiana. Li vuoi responsabilizzare. Ma io immagino di essere uno di quegli studenti, e immagino di prenderti sul serio e fino in fondo, e sai cosa otterresti? Di togliermi proprio quello che dici di volermi dare: la possibilità di essere pienamente responsabile delle mie storie. Del mondo che voglio raccontare. E di come voglio farlo. Ti arrabbi per la mia mancanza di stile, ma non mi permetti di crearmene uno mio. Messa così, mille volte meglio Tele Capodistria, che magari mi intamarrisce, ma non mi obbliga a guardarla. Sta a me comprarmi il televisore, l’antenna, e sintonizzarmi proprio su quel canale a quell’ora. C’è molta più responsabilità in queste quattro piccole scelte che nell’accettare l’idea che no, la morte di un deportato – o di un congiurato nazista – non vada raccontata. Mostrata. Immaginata. La mia opinione è che Pascale, arrivato al cuore della questione, è come se si sia fatto “mangiare” proprio dalla retorica manichea della lotta del bene contro il male che lui stesso contestava a Celentano: la stessa retorica che, per inciso, secondo lui ci rende un paese senza stile. E siccome né Pascale né io che leggo i suoi articoli viviamo in una torre d’avorio, credo si possa fare un passaggio logico in più e legare la sua dichiarazione d’intenti alla situazione politica italiana. Con grande dispiacere, ho l’impressione che Pascale sia improvvisamente sceso in piazza insieme agli oppositori degli OGM. La sua nozione di sguardo ostinato, o di “resistenza civile”, ai miei occhi altro non è che un avallo dell’idea che in Italia ci sia una lotta fra i buoni e i cattivi, quasi fossimo in una guerra civile latente, e chiaramente Pascale avoca a sé e alla sua parte il ruolo di “buoni”. La dimostrazione di ciò è proprio il riferimento a Rivette, alla necessità di censurare (che di questo si tratta) il male. E se la mia intuizione è giusta, e Pascale è sceso in quella piazza a manifestare, il male è Berlusconi e la destra italiana, e noi invece di guardarla per capirla, dobbiamo cancellarla. Non possiamo neanche davvero discuterne: del male, Rivette docet, non si parla. Non dobbiamo neanche mostrarlo, o cadiamo nello stesso errore di Pontecorvo. Diventiamo, noi illuminati e raffinati intellettuali di sinistra, dei nazisti. Come nel libro di Coetzee: il problema di Elisabeth Costello non è trovare le parole adatte, lo stile migliore. Lei proprio non vuole che si parli dei nazisti. Del male. (Di Berlusconi?). Pascale non si limita a una brillante analisi, ma compie un passo ulteriore: ci dice come dobbiamo interpretare la sua disamina, in quale orizzonte collocarla. È come il regista che, al termine del film, ti spiega cosa lui voleva dire. Ma lo scrittore, insieme al problema, ci offre anche la soluzione. Al suo sguardo ostinato io vorrei opporre, più umilmente, proprio lo sguardo estetico che lui stesso ha adottato per gran parte del saggio. Se parliamo di un prodotto artistico, un film come un romanzo, propongo di valutarlo in base alle sue qualità intrinseche. Propongo di tagliare una scena o un capitolo perché rovinano la storia, e non perché raccontano una morte. Propongo che sia l’autore, in piena coscienza, a prendersi la responsabilità morale di quello che scrive. Propongo di criticarlo, da un punto di vista letterario, considerando se lo stile è appropriato al contenuto. E propongo anche di non eludere il dibattito sui valori morali che l’autore sostiene o che sono impliciti nel suo scritto, ma che questa discussione non sia motivo di censura. Da questo punto di vista, per esempio, continuo ad ammirare la corrispondenza fra stile e contenuto nella scrittura di Pascale, ma non concordo con le sue idee. E non gli chiedo, regalandogli fotocopie dei diari di James Joyce, di convincersi che uno sguardo estetico sull’arte sia più efficace di uno sguardo morale. Sopra ogni cosa, non mi azzardo a censurarlo e a dirgli: No, caro Pascale, la citazione di Rivette proprio no. Quella è male. Dato che il discorso di Pascale nasce dalla critica letteraria, ma vuole estendersi alla dimensione sociale (uno sguardo ostinato sul mondo e l’Italia in particolare, non solo sul cinema), anche io allargo il mio orizzonte. Propongo che gli scrittori siano valutati in base alla loro capacità di scrivere buone storie, gli idraulici di aggiustare rubinetti, e i politici di fare leggi. E se poi a casa loro si passano intere nottate davanti a Tele Capodistria, chissenefrega. Propongo che scrittori, idraulici e politici, non siano esenti da valutazioni morali, ma che ciò non implichi una lotta fra il Bene e il Male assoluto che veda da una parte il fantasma di Mussolini e dall’altra quello di Lenin. Una prima, possibile applicazione dello sguardo estetico alle cose italiane, potrebbe riguardare il calcio, tanto per partire dalle cose più semplici. In un’Italia in cui Berlusconi non è né il Diavolo né l’Unto del Signore, la Nazionale italiana è semplicemente una squadra che vince o perde, e non l’appendice di un governo politico contro il quale scagliarsi, tifando Ghana, che fa molto figo e radical-chic. E, andando ancora più a fondo nella questione, i nostri atleti azzurri non sono neanche il simbolo della rinascita o del declino di una nazione, ma – di nuovo – semplicemente una squadra di calcio che può vincere o perdere, meritandolo o meno. Dico questo perché ho il sospetto, ma si tratta solo di un sospetto, che uno sguardo ostinato à la Pascale sulle cose italiane finisca, suo malgrado, per avallare e favorire queste idee e atteggiamenti. Gli americani saranno una nazione giovane e poco sofisticata, ma quando gioca la loro Nazionale – basket o soccer – la supportano. E non entrano in ballo né Bush né Obama. Solo noi (e i francesi) siamo così raffinati da arrivare a tifare contro noi stessi. Immagino il povero Gattuso, davanti a uno di questi tifosi al contrario: gli verrebbe l’orticaria. Come a Pascale davanti a quelli che manifestano contro gli OGM. E come a me quando mi sento dire che No, la mano penzoloni proprio no. A Vibo Valentia, quando ero bambino, c’era un ragazzino che era magro magro e con una spalla più alta dell’altra. Lo chiamavano U’ Sgheju. Nel dialetto vibonese, una cosa – o una persona – è “sgheja” non quando è deforme, ma quando ha una struttura insolita che però, in qualche modo, regge, si mantiene in equilibrio. Un sistema, direbbero i matematici: una struttura con una sua logica intrinseca; non necessariamente un modello da imitare, ma comunque qualcosa di analizzabile, replicabile. Pensate a un cameriere a cui scivoli un piatto: miracolosamente lo tiene in bilico, ma per evitare che si rovesci – e che cadano anche gli altri – deve camminare in maniera goffa, piegandosi su un lato e avanzando in diagonale, ’ché andare diritto significherebbe cadere. Un personaggio di Buster Keaton. Ecco, a Vibo direbbero che è sghejo. U’ Sgheju, il ragazzino a cui accennavo, camminava storto, ma quando correva con un pallone fra i piedi era immarcabile. Ti veniva incontro, buttava il busto in avanti, a destra, ma la gamba già a sinistra, oltre le tue spalle. Ti aveva superato, t’aveva fatto fesso, e non avevi neanche capito come. Quando colpiva di testa, sembrava un serpente: si allungava e si contorceva, ma alla fine faceva gol. Fuori dal campo era sgraziato, ma nell’area di rigore era uno spettacolo, proprio bello da vedere. A osservarlo con le lenti giuste, quelle dell’appassionato di calcio, si può dire senza dubbio che U’ Sgheju aveva stile. Ecco, io vorrei proporre questa parola per descrivere il tipo di sguardo che ho in mente: uno sguardo sghejo sulle cose del mondo. O, accontentiamoci, sulle faccende italiane. Essere dinoccolati per piegare in avanti la testa, ma non certo la nostra schiena; contorcerci se necessario, ma avvicinarci a quello che ci interessa. Capire con che occhi osservarlo. Con che parole descriverlo. Valutare un libro, lo scarico di un lavello, una legge del nostro Parlamento come un sistema dotato di una sua logica intrinseca. Guardarlo e chiederci se, come U’ Sgheju, è la somma di tante imperfezioni e basta, o di tante imperfezioni che però messe insieme funzionano. Appurato che avere una spalla più alta dell’altra non è esattamente “bene”, chiederci se sia necessariamente “male”, o se, in un sistema fatto di uomini, le imperfezioni – e gli errori – vadano valutate per quello che sono: errori, imperfezioni. Lippi ha sbagliato squadra. Pontecorvo – ma io non lo credo – forse ha sbagliato un’inquadratura, o la sua durata. Quelli che manifestano contro gli OGM hanno sbagliato causa. Berlusconi ha fatto una legge sbagliata, e magari in piena coscienza. Ma in nessuno di questi casi, è entrato in ballo il Male Assoluto. E se ne può parlare, lo possiamo raccontare, se ne abbiamo voglia. Cosa c’entra tutto questo con Nuok, che è un magazine molto pop, e con gli Italiani che vivono a New York? Probabilmente niente. O molto poco. Non siamo un giornale d’opinione ma, nel nostro piccolo, ci poniamo delle domande. Molti di noi vivono all’estero, eppure cerchiamo di tenerci aggiornati su quello che accade in Italia. E proviamo a riflettere anche su questo, sui motivi che ci hanno portato a vivere lontano, per esempio proprio a New York. E ci interroghiamo pure, al di là del fascino innegabile della Grande Mela, sul desiderio di molti nostri coetanei di venire qui. O meglio: ci colpisce il numero di persone, e non tutte giovanissime, che ci scrivono manifestando il desiderio di lasciare l’Italia; ci chiedono un consiglio, o semplicemente un po’ d’incoraggiamento. E noi ci troviamo in imbarazzo, perché ognuno ha una storia diversa alle spalle: c’è chi è fuggito dall’Italia e chi se ne è semplicemente andato, è impossibile generalizzare. Eppure, a voler trovare un dato comune, sembrano tutti scontenti di questo Paese, sia chi ci vive che chi se n’è andato; con tonalità diverse, è chiaro, ma tutti esprimono delusione per quello che l’Italia sta diventando. E tutti, anche i meno arrabbiati, concordano su un punto: viviamo in un Paese incapace di affrontare i problemi. E così, quando ho letto il titolo del saggio di Pascale, ho pensato che aveva trovato una definizione efficace: l’Italia senza stile. L’Italia degli ultimi trent’anni è la mia, la nostra, di molti di noi in redazione e di tanti che ci leggono. Forse nelle sue pagine troverò qualche risposta, o qualche spunto per una discussione, mi sono detto. E invece, con molta onestà, sono arrivato alla conclusione che i punti su cui concordo o sono in disaccordo con Pascale non sono legati alla mia lontananza da casa. Penso invece che si tratti, proprio come sostiene lui, di una questione di sguardi. La mia impressione è che non sia necessario aver viaggiato in 45 Paesi o guardare l’Italia dall’estero per avere uno sguardo sghejo: penso che sia possibile anche senza muoversi da Caserta o da Vibo Valentia. Anche perché, se mi immagino uno sguardo ostinato, l’unica associazione che mi viene in mente è Ben Stiller in Zoolander, quando fa la Magnum. In questo film, una commedia americana, Ben Stiller è un modello e la Magnum la sua nuova espressione facciale, che dovrebbe portargli fama e successo. Ci lavora da cinque anni, e riesce a farla solo alla fine del film, ma la cosa esilarante è che è uguale a tutte le sue “facce” precedenti. La Magnum di Derek Zoolander è uno sguardo ostinato, non c’è che dire, ma a furia di guardare sempre in una direzione il nostro eroe non riesce a fare le cose più semplici: elimina dal proprio orizzonte una parte considerevole del mondo. Nel film il protagonista ha un problema psicofisico: non riesce a voltarsi a sinistra, fin da quando era bambino. In una delle ultime scene, Derek riesce finalmente a fare la Magnum (lo sguardo più ostinato che ci sia!); si libera della sua ossessione, e subito dopo riesce a fare una cosa che non aveva mai fatto prima in tutta la sua vita: voltarsi a sinistra. Se non avessi il timore di fare la figura di un veltroniano che rivaluta i film di Lino Banfi, oserei dire che siamo davanti a una metafora. Ironia a parte, uno sguardo ostinato mi dà l’idea di qualcosa di fisso e rivolto solo in una direzione, quasi con aria di sfida. Uno sguardo “contro”, come quello degli oppositori degli OGM. Se davvero è questa la proposta di Pascale, allora declino cortesemente il suo invito e gli risparmio un paio di fotocopie. Preferisco invece prendere a modello il profilo alto e dinoccolato del ragazzetto vibonese, U’ Sgheju: la sua sghejezza lo costringeva a oscillare la testa di qua e di là mentre camminava. Forse era per questo che era difficile marcarlo: considerava più variabili. Il suo sistema di riferimento era più ampio, meno regolare, ma non per questo meno efficace. Non avanzava dritto e sicuro, ma si adattava a noi, trovava il nostro punto debole e ci fregava. Ah, e un’altra cosa: riusciva a girare a sinistra senza problemi.
By Alice Avallone

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